In un’assolata mattina del Sud degli States la donna si è alzata e agghindata con cura: ha messo il suo migliore abito rosso, indossato le scarpe della funzione domenicale e un ampio cappello per proteggersi dal sole abbagliante. Poi si è messa sulla porta ad aspettare. Chi? Non ci è dato di saperlo, ma in fondo non ci importa.
Il tempo passa e l’attesa, sotto il sole, si fa snervante. Ecco, secondo Edward Hopper, è questo il momento giusto per ritrarla: una gamba avanti, le braccia conserte, lo sguardo rivolto verso la strada, mentre dall’altra parte i campi coltivati rifulgono quasi di luce propria. L’espressione, seminascosta dalla tesa del cappello, si immagina facilmente corrucciata per quella vana attesa. Il qualcuno che sta aspettando è in ritardo o, forse, come Godot, non arriverà mai …
Edward Hopper, uno dei maestri del realismo americano, ha appreso le grandi lezioni degli impressionisti francesi e le ha mescolate con un po’ della goyesca Maniera scura. Ecco luci e ombre, colori brillanti, ambientazioni a volte ariose, a volte racchiuse nel palmo quadrato della stanza di un motel, dove una donna, vestita, seminuda o nuda non importa, in algida solitudine guarda fuori dalla finestra. Gli esseri umani che popolano i suoi quadri sono sempre soli, anche se hanno vicino dei loro simili. Non sono la vicinanza, la comunità, lo stare insieme i temi che Hopper rappresenta, ma la solitudine, l’incomunicabilità, l’attesa di un evento, di una persona, di qualcosa che forse avverrà, o forse no.






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